Matteo Bussola al Chiostro dei Carmelitani

Abitare le fragilità. Matteo Bussola al Chiostro dei Carmelitani

di Vincenzo Candido Renna

La sera del 20 aprile 2026, nel Chiostro dei Carmelitani di Nardò, mentre la luce del tardo pomeriggio salentino cedeva al fresco della pietra antica, Matteo Bussola ha detto una cosa che somigliava a una confessione e insieme a una promessa: che forse il compito di chi scrive è provare a dare voce a chi comincia a sentire di non averla, o di non averla abbastanza. Non lo ha detto con l’aria di chi proclama, ma con quella di chi ha trovato tardi una verità che gli era sempre stata davanti, nascosta dentro i corridoi rumorosi di un reparto diurno di psichiatria infantile, dentro una telefonata ascoltata per caso su un treno durante il COVID, dentro il peso di una figlia dodicenne che ancora si addormenta sulla sua pancia come se il mondo fuori non esistesse. Valeria De Vitis lo ha interrogato con la grazia irriverente di chi sa che la letteratura vera non teme il bagno di casa, e lui ha risposto con quella qualità rara negli uomini che scrivono di emozioni senza trasformarle in performance: la sincerità lenta, quella che non cerca applausi ma li riceve comunque, e li riceve perché è vera. L’incontro, organizzato dall’Associazione Sogni di Carta con il Presidio del Libro di Nardò e la Libreria Fiore — Mondadori, nel quadro di Aspettando… Crocevia per lo Ionio, aveva come tema dichiarato Abitare le fragilità, e Bussola ha abitato quella parola per tutta la sera come si abita una casa antica che ti appartiene senza che tu l’abbia scelta: con rispetto, con stupore, con la consapevolezza che ogni crepa ha la sua storia. Ha parlato di adolescenti come se parlasse di una civiltà incompresa e perseguitata, e in un certo senso lo faceva: essere adolescenti oggi, ha detto, è enormemente più difficile che esserlo trenta, quaranta, cinquant’anni fa, perfino più difficile di quando si era adolescenti durante la guerra, perché allora il rischio era fuori e riconoscibile, mentre oggi il rischio è dentro ogni schermo, dentro ogni notifica, dentro ogni diretta Instagram in cui si vede un soldato sparare a un altro soldato e si vede la testa esplodere in presa diretta, ora, in questo momento, mentre tu hai sedici anni e devi trovare un orizzonte di senso in cui collocare l’esame di maturità. Ha parlato di ecoansia con una precisione che non era accademica ma viscerale, come di chi sa cosa significa consegnare un pianeta in malora a qualcuno che ti guarda negli occhi e ti chiede dove andrà a stare. E poi, con una di quelle virate improvvise che nei narratori veri non sono mai casuali, è scivolato sul registro elettronico scolastico come sull’abominio dei tempi: non per il mezzo in sé, ma per ciò che rappresenta, cioè la fine dell’ultima zona franca dell’adolescenza, quella piccola libertà imperfetta di mentire, di proteggere la propria vita interiore dagli occhi dei genitori, di essere infranti in privato prima di mostrarsi guariti. Quel quattro che la figlia prende in classe e che il genitore conosce già prima che lei entri dalla porta di casa: quella roba lì, ha detto Bussola, non lascia a tua figlia nessuna alternativa, nessuna respirazione autonoma, nessun segreto necessario. E i segreti necessari, lo sanno i narratori, sono la materia di cui è fatta la dignità. Ha raccontato La nascita de La neve in fondo al mare con la tenerezza di chi ha scritto un libro e poi ha scoperto che il libro sapeva cose che lui non sapeva ancora, che ragazzi e ragazze si erano ritrovati in quelle pagine non perché le pagine dessero risposte ma perché aprivano finestre, e in quelle finestre era possibile sentirsi raccontati senza lo sguardo giudicante, senza la semplificazione degli stereotipi, senza il linguaggio clinico che cura ma non abbraccia. Il romanzo, ha detto, è un altro campionato: non fornisce soluzioni, non diagnostica, non prescrive. Prova soltanto ad aprire delle finestre, e a volte, nelle notti in cui tutto sembra chiuso, una finestra aperta è la cosa più vicina alla salvezza che esista. Poi è venuto il discorso sui padri, e lì la voce ha cambiato tessitura, è diventata più intima e più dolente, come di chi racconta qualcosa che ha vissuto nel corpo prima ancora che nella mente. Il padre come terzo incomodo, come quello che porta le borse in ospedale e accarezza i capelli sempre nel momento sbagliato, come quello a cui nessuno chiede per la strada come si sente nei confronti di questa nuova vita che pure ha contribuito a mettere nel mondo. Nessuno gli chiede niente perché la cultura non sa dove metterlo, perché la mitologia del materno ha costruito un centro e i padri girano attorno a quel centro come satelliti senza orbita precisa. Ha detto che quando nasce un figlio nasce anche un padre, solo che a quel padre non forniamo strumenti, non formiamo destini, non forniamo capacità di presenza. E ha detto che sua figlia, la più piccola, quella con cui è riuscito l’addestramento alle serie anime, si addormenta ancora sulla sua pancia a dodici anni, e concedetegli questo, perché i dodicenni lo fanno davvero raramente. Nel momento in cui lo ha detto, il chiostro era quieto come sanno essere quieti solo i luoghi che hanno già sentito molte storie. Nell’ultimo segmento della serata, Bussola ha parlato del suo romanzo più recente, La luce degli incendi a dicembre, che è un romanzo d’amore tra due sconosciuti su un treno, Margherita e Marcello, che sbagliano posto e si ritrovano uno di fronte all’altra e cominciano a parlarsi come si parla solo con gli estranei, cioè senza la prigione della storia condivisa, senza il peso di essere già stati letti e già stati giudicati. Ha detto che il treno è il luogo più adulto che conosca, quello in cui ti puoi concedere il lusso di leggere senza sensi di colpa e di non rispondere alle mail, e soprattutto quello in cui ti esponi all’incontro, alla possibilità che il mondo fiorisca attorno a te se hai la curiosità di ascoltarlo. Ha detto che Margherita e Marcello non pretendono di essere il paradigma di niente, sono solo un uomo e una donna che non hanno paura di guardarsi senza diffidenza, che hanno la curiosità semplice per il mistero dell’essere umano che hanno davanti, e che questa cosa, questa cosa banale e rarissima, in questo momento storico in cui il dibattito pubblico ha trasformato il maschile e il femminile in trincee contrapposte, ha il sapore di un atto rivoluzionario. Ha parlato con dolore di quel periodo in cui essere maschi era diventato, nel discorso pubblico, qualcosa da cui emendarsi pubblicamente, e lo ha fatto con la franchezza di chi era femminista prima che fosse di moda esserlo e che si è trovato ugualmente escluso, ugualmente invitato a guadagnarsi un diritto che sentiva già suo. Ha detto che su problemi così importanti non si può stare noi contro gli altri, che la violenza di genere e i femminicidi si affrontano cercando alleanze e non contrapponendo avversari, e che se vogliamo cambiare le relazioni dobbiamo anche avere il coraggio di chiederci perché continuiamo a erotizzare la crudeltà e a trattare la gentilezza come qualcosa di poco interessante. Candy Candy, Brad Pitt, i vampiri di Twilight: tutta la filmografia di un desiderio che ci è stato insegnato e che possiamo scegliere di disimparare, se solo decidiamo di farlo insieme. Alla fine, quasi come un’appendice che era in realtà il cuore di tutto, ha parlato di suo padre che non gli aveva permesso il liceo artistico, di lui che aveva studiato architettura per disegnare, che aveva progettato rotonde per anni prima di licenziarsi dal posto fisso a trentacinque anni per fare i fumetti, che aveva disegnato per Sergio Bonelli e per la Marvel e che aveva capito, solo diventando genitore, che quell’opposizione paterna era forse il modo storto e pedagogicamente sconsigliabile di dirgli: se questa cosa ha davvero valore per te, troverai il modo di andartela a riprendere. Gli ostacoli, ha detto ai ragazzi che erano lì ad ascoltarlo, non arrivano necessariamente per impedirci qualcosa. Più spesso arrivano per permetterci di dimostrare quanto davvero teniamo a qualcosa. Il chiostro ha applaudito ancora. La notte salentina stava per cominciare.

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