Ciò che non è dato sapere. A margine della presentazione di Cesira di Sergio Fontana
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di Vincenzo Candido Renna
C'è un momento, in certi pomeriggi di giugno che odorano di gelsomini tardivi e di mare ancora lontano, in cui Nardò smette di essere una città e diventa qualcosa di più simile a una confessione. Accade quando il cielo sopra Piazza Biblioteca si tinge di quel rosa antico che solo il Salento conosce, e le sedie del Giardino dei Lettori si riempiono di persone che hanno deciso, per una sera, di fare la cosa più sovversiva del mondo: ascoltare. Era il 4 giugno 2026, settima edizione di Aspettando... Crocevia per lo Ionio, e il romanzo che si presentava si chiamava Cesira. Ciò che non è dato sapere, scritto da Sergio Fontana, pubblicato da Besa Editrice: titolo che è già di per sé una dichiarazione di poetica, perché c'è più saggezza in quell'ammissione di ignoranza — ciò che non è dato sapere — di quanta non ve ne sia in intere enciclopedie. Silvia Muci dialogava con l'autore, Alberto Tuma sorvegliava le incursioni musicali, e un delegato alla cultura arrivava in ritardo perché il consiglio comunale aveva approvato il bilancio consuntivo: dettaglio che Gramellini avrebbe amato, perché i bilanci consuntivi della burocrazia hanno un modo tutto loro di inchinarsi davanti ai bilanci dell'anima. Sergio Fontana è un archeologo che ha imparato a scavare non soltanto nella terra ma nel tempo fatto di carne, di fotografie ingiallite, di ricordi trasmessi a voce bassa dalle nonne ai nipoti come fossero preghiere laiche. Cesira è sua bisnonna: donna alta oltre un metro e ottanta, bionda, contadina toscana che ha attraversato il Novecento con la stessa testardaggine silenziosa con cui si attraversano i campi di grano in agosto. Ha sposato un uomo più piccolo di lei, Michele, ostetrico visionario che andò a specializzarsi a Berlino mentre il mondo intorno a loro cominciava a incendiarsi di fascismo e di false certezze. Ma non è una saga, tiene a precisare Fontana con quella pacatezza di chi sa dove sono sepolte le cose vere. È piuttosto il tentativo di dare corpo a una presenza, di riempire di vita i silenzi che separano una
fotografia dall'altra, di capire cosa pensasse una donna che leggeva il destino non nei libri — ai quali si opponeva con una risolutezza tutta sua — ma negli ulivi, nelle mandorle, nel ritmo delle stagioni agricole che scandivano la vita alla Torre di Minervino come una liturgia pagana e necessaria. Quello che colpisce, ascoltando Fontana raccontare Cesira, è la cura con cui ha evitato la romanticizzazione. Sarebbe stato facile: donna povera sposa uomo ricco e acculturato, i cliché del melodramma meridionale erano tutti in fila, pronti ad essere arruolati. Invece no. Cesira non impara a leggere dopo il matrimonio. Cesira non scala la società. Cesira rimane Cesira: scozza polli, vende polli, cura la terra, e quando sua figlia Amelia vuole diventare maestra si oppone con una frase che vale più di mille romanzi femministi: Leggere non è una cosa concia per una ragazza. Non è arretratezza, spiega Fontana. È rivendicazione di sé. È il rifiuto di un mimetismo sociale che avrebbe tradito chi era veramente. C'è una dignità feroce in quella donna che nei giorni di festa si veste magnificamente — di abiti che forse aveva cucito lei stessa — e negli altri giorni lavora come nessun padrone avrebbe osato chiedere. La bellezza come eccezione. Il lavoro come norma. E il potere — perché Cesira era un potere, una specie di repubblica autocratica che governava cinque o sei famiglie di coloni, fattori, guardiani — che non aveva bisogno di mostrarsi per essere reale. Poi c'era lei in sala, Patrizia Cesari, creatrice del festival letterario “Il salotto di Sant’Agata”, che ha preso la parola con una grazia e una vulnerabilità che hanno reso l'evento qualcosa di diverso da una presentazione letteraria. Ha detto che sta attraversando un periodo difficile, ha detto, semplicemente, senza dramma. E quel libro è arrivato a me come arrivano le cose vere: non cercate, ma necessarie. Ha parlato della copertina — quella fotografia di donna seduta che guarda l'obiettivo con una sicurezza intatta nonostante i decenni — come di un appuntamento che aveva dovuto rispettare. Ha parlato della lingua del romanzo con l'entusiasmo di chi ha trovato in una pagina quello che cercava senza saperlo: il ruoto di rame, il tiraturo che è il nostro cassetto, frusti di vocaboli caduti in disuso che affiorano come reperti da uno scavo. Parole che portano in luce il passato, ha detto. E in quel momento il cerchio si è chiuso: l'archeologo Fontana e la sua lettrice Cesari si sono incontrati esattamente lì, nel punto in cui la lingua smette di essere strumento e diventa memoria. Nel mezzo dell'evento, le incursioni musicali di Alberto Tuma avevano portato anche un cantautore — un Carletto, figura autobiografica e generazionale
insieme — che raccontava in versi la melanconia dolce e irrisolta di chi cresce tra le schedine del Totocalcio e le partite di FIFA, tra il fantacalcio e i monologhi di Mentana, tra la playstation spenta per guardare finalmente la realtà e la realtà che poi non sai come guardarla. Era un'altra forma dello stesso interrogativo che attraversava il romanzo di Fontana: come si fa a diventare adulti senza tradire il bambino che si era? Come si fa a fare resistenza — e quella telefonata tra amici che si promettono di vedersi in sede, di fare una partita a FIFA, di non cedere al fascismo della rassegnazione — senza perdere la leggerezza? Cesira aveva risposto a modo suo: con la durezza. Carletto cerca ancora la sua risposta. E forse è proprio questo il punto di contatto segreto tra un romanzo ambientato a cavallo tra Ottocento e Novecento e una canzone scritta nel 2017: entrambi cercano una forma di fedeltà a sé stessi in un mondo che cambia troppo in fretta per permettersi l'onestà. Nardò, in quella sera di giugno profumata di estate appena cominciata, era esattamente il posto giusto. Il Giardino dei Lettori della Biblioteca Achille Vergari ha quella qualità rara dei luoghi che sembrano fatti apposta per certi incontri: un po' selvatici, un po' solenni, con quella luce del tramonto ionico che non bada ai programmi e fa quello che vuole. Cesira avrebbe apprezzato. Lei, che non amava l'ozio intellettuale ma capiva il valore della bellezza quando si presentava vestita a festa, avrebbe riconosciuto in quella serata qualcosa di simile a ciò che succedeva alla Torre di Minervino quando l'estate toccava il suo apice e il lavoro dei campi si sospendeva per un momento: la terra che respira, la gente che si guarda, e la certezza — oscura, tenace, irrazionale — che qualcosa di essenziale stia accadendo. Ciò che non è dato sapere, appunto. Ma che si sente