Sopravvivere non basta (e non giustifica tutto)
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di Adele Filograna
Ho ricevuto l’invito per la presentazione del nuovo libro di Dianora Tinti tramite un messaggio WhatsApp di sua cugina, con la quale ero rimasta in contatto da quando, esercitando ancora come avvocato, cercavo una corrispondente su Firenze. Pur avendo promesso la mia presenza, confesso di averlo fatto senza grande entusiasmo, frenata dal timore di trovarmi di fronte all'ennesimo libro sull'Olocausto, un tema verso il quale, in questo particolare momento storico, provo un sincero senso di rigetto.
Il 13 luglio scorso, tuttavia, nella splendida cornice del Chiostro dei Carmelitani, ogni mio pregiudizio si è dissolto. Tra la gioia di ritrovare persone care e l'incontro stimolante con l'autrice e con Maria Grazia Maci, che ha moderato l'evento, è scattata in me una profonda curiosità. Questa scintilla mi ha spinto a leggere, letteralmente tutto d'un fiato, un'opera insolita e magnetica.
Il romanzo si snoda con delicatezza tra la Storia e i legami familiari, ricomponendo come un puzzle le brutture della guerra tra il 1944 e il 1947, da Berlino a Santa Maria al Bagno, per poi riallacciarsi agli anni 2018/19 tra Bari e la stessa Santa Maria, in un continuo e affascinante gioco di flashback.
Come afferma la stessa autrice, il libro è ispirato a due fatti storici poco conosciuti: l’esistenza di un ospedale ebraico perfettamente funzionante nel cuore di Berlino, scoperto dagli Alleati solo nel 1945, e il campo profughi di Santa Maria al Bagno, frazione di Nardò.
Le vicende si sviluppano su due binari temporali paralleli, sospesi tra i segreti del passato e la ricerca della verità nel presente.
Nel presente (2018-2019), Lina, ormai anziana, decide di mettersi in contatto con Frida, un’amica d’infanzia conosciuta tra i profughi ebrei giunti a Santa Maria al Bagno nell'immediato dopoguerra. Un pesante segreto, confessato da Frida a Lina, viene consegnato nelle mani di Chiara insieme a una serie di indizi. Saranno proprio questi frammenti a scoperchiare un doloroso e insospettabile passato familiare.
Nel passato, la narrazione ci conduce, prima, nella Berlino distrutta dal secondo conflitto mondiale e, poi, tra il 1944 e il 1947, all'interno del campo profughi di Santa Maria al Bagno, in Puglia. Attraverso ricordi vividi e documenti d'epoca, emerge la storia dei genitori di Frida: Gerda e Bernhard Hoppic, stimati medici ebrei di un ospedale berlinese. Le loro drammatiche scelte di sopravvivenza si intrecciano indissolubilmente con il destino dell'aristocratica nazista Margot Weiss.
È proprio nella figura del dottor Bernhard Hoppic che si avverte il riflesso storico più potente e inquietante del romanzo. Il suo personaggio, infatti, è strettamente legato e ispirato alla figura reale del dottor Walter Lustig, un enigmatico medico ebreo, colluso con i nazisti e scomparso in circostanze misteriose.
Traslando questa dolorosa realtà storica nella finzione letteraria, Dianora Tinti infonde nei coniugi Hoppic la medesima, lacerante ambiguità etica. Immergendo il lettore nell'orrore del conflitto, l'autrice ci costringe a fare i conti con figure che, nella spasmodica ricerca della salvezza, compiono scelte crudeli. Con uno stile vivido e potente, si astiene da qualsiasi giudizio morale, superando stereotipi e luoghi comuni per lasciare che sia chi legge a trovare una risposta personale ai grandi interrogativi dell'anima.
Se Primo Levi scriveva che "pochi sono gli uomini che sanno andare a morte con dignità, e spesso non quelli che ti aspetteresti", questa non è la storia degli ultimi o dei deportati senza colpa. È, al contrario, la storia di quegli esponenti dell’alta borghesia ebrea disposti a ritenere lecito qualsiasi stratagemma pur di salvarsi la vita; di quegli ebrei collusi con i carnefici; di quei nazisti che, finita la guerra, fuggono in Sud America o mantengono posti di comando nella stessa Germania; e, infine, dei figli rimasti a fare i conti con le colpe dei padri.
Attraverso gli occhi di Frida, dei suoi genitori Gerda e Bernhard Hoppic, di Klothilde e sua figlia Magda, e dell’aristocratica nazista Margot Weiss, scopriamo l’orrore della guerra in una Germania ormai vinta e alla mercé della violenza bruta dei vincitori.
Ma a queste ombre seguono pagine luminose di rinascita e speranza: l’accoglienza calorosa dei pescatori nel borgo di Santa Maria, l’amicizia profonda tra Lina e Frida e l’amore che sboccia nell’orrore e permetterà a Frida di lenire le sue ferite.
Eppure, in questo fitto intreccio di segreti, colpe e legami, al lettore resta un interrogativo impellente: si può davvero giustificare tutto con l’urgenza di sopravvivere? L’imperativo morale di Kant è rimasto sepolto tra le macerie di una Berlino distrutta? Davvero "il male dorme dentro la maggior parte di noi, pronto a uscire non appena le circostanze sono favorevoli", come suggerisce Martin (figlio di nazisti convinti) nel tentativo di consolare Chiara dalle sue atroci scoperte?
Ogni personaggio, per quanto discusso possa essere, è poi capace nei rapporti familiari di attenzioni, gesti d’amore e di dolcezza. È un lavoro, quello di Dianora Tinti, che scava nelle zone grigie, evitando la semplicistica ripartizione tra buoni e cattivi (“Vedi fino ad oggi non mi ero mai soffermato a riflettere sugli avvenimenti che avevano coinvolto la mia famiglia durante la guerra. Noi eravamo i nazisti, i cattivi. Gli ebrei erano quelli buoni, quelli che erano stati massacrati…”).
Alla domanda "Perché, mamma, tutto questo?", non riusciamo a rispondere ancora oggi. Mentre nuove guerre si consumano sotto i nostri occhi, non possiamo che constatare con amarezza che l’uomo e i popoli, dalla Storia, non riescono proprio a imparare nulla.
Ed è forse proprio qui, in questa nostra ostinata incapacità di imparare, che risiede la grandezza e l'estrema attualità di Sopravvivere non basta.
L'autrice non ci offre risposte consolatorie, ma ci affida una bussola etica: "Nella vita abbiamo solo due possibilità: praticare l’amore e la verità oppure la menzogna e la violenza. Cerca di fare la scelta giusta…" è questo il monito che Frida, ormai vecchia e malata, rivolge alla nipote Chiara.
La consapevolezza che se la mera sopravvivenza biologica può essere dettata dall'istinto, la dignità di definirsi umani si fonda unicamente sulla fatica quotidiana di scegliere la verità e l'amore. Un'opera densa, magnetica e profondamente onesta, da leggere non per dimenticare il presente, ma per trovare la forza di affrontarlo con occhi finalmente svegli.