Ulisse siamo noi. E ce lo ricorda un professore di Oxford.
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di Vincenzo Candido Renna
C'è un momento, in certe serate, in cui una sala smette di essere una sala e diventa qualcosa d'altro. Diventa il luogo in cui ti accorgi che stai pensando davvero. Così è accaduto ieri sera al Museo Diocesano di Nardò — il Mu.Di.Na di piazza Pio XI — dove Nicola Gardini, professore di letteratura comparata all'Università di Oxford, ha presentato il suo Il più bel romanzo del mondo. L'Odissea raccontata da Nicola Gardini, pubblicato da Garzanti. A dialogare con lui, Anna Chiara Strafella, docente di materie letterarie e cultrice della materia per l’insegnamento di Letteratura italiana contemporanea dell’Università del Salento, che ha guidato l’incontro intrecciando domande critiche e passaggi letti dal libro. Un libro che nasce da una domanda semplice, quasi ingenua, e per questo irresistibile: cosa succede se proviamo a leggere Omero come se non lo conoscessimo ancora?
L'incontro, inserito nel programma di Aspettando Crocevia... — la rassegna che avvicina all'evento di fine agosto del Festival Crocevia per lo Ionio — ha riunito studenti, docenti e appassionati in quello che si è rivelato uno dei momenti più vivaci della stagione culturale neritina. Gardini è tornato in questa città — lo aveva già fatto tre anni fa, con il liceo — e ha portato con sé non solo un libro, ma un metodo, quasi una filosofia dell'ascolto.
«Volevo ritrovare la freschezza della prima lettura. È un'operazione di smemoramento volontario: liberarsi, almeno un poco, di tutto quello che sappiamo già.»
Smemoramento. Gardini ha usato questa parola con la precisione di chi sa che le parole sono attrezzi da maneggiare con cura. Non si tratta di ignoranza, ha spiegato, e nemmeno di ingenuità performativa. Si tratta di scegliere un punto di vista basso, laterale, quasi ingenuo, per risalire verso il testo senza le armature dell'erudizione. «Bisogna dubitare delle proprie certezze», ha detto, «perché il punto di vista non è mai unico, e io posso sempre diventare altro.» Un'affermazione che suona strana, in bocca a uno studioso che conosce l'Odissea come le proprie tasche. Ma è proprio questa la scommessa del libro.
Perché Ulisse, ha spiegato Gardini, è un uomo che non è mai uguale a sé stesso. Non è un eroe fisso, come Achille, che brucia in un'unica fiamma e si consuma. Ulisse è l'eroe dell'attesa, dell'incertezza, della parola costruita con cura. Si racconta tre volte senza rivelare il proprio nome: al porcaro, al padre, al figlio — e ogni volta la storia è diversa. Perché l'identità, per Ulisse, non è un dato di partenza ma un traguardo da conquistare, momento per momento, nelle condizioni peggiori.
E qui l'incontro si è fatto più profondo, quasi scomodo. Perché Gardini non si è fermato alla filologia — pur non rinunciando ad essa, anzi convocandola quando serviva — ma ha spinto la domanda fino ai nostri giorni. L'identità, ha detto, è una parola diventata pericolosa nelle università anglosassoni, perché troppo spesso usata per tracciare confini invece che per esplorare orizzonti. Ulisse invece ci mostra che l'identità è movimento, è sforzo, è la fatica di riconoscersi nel proprio stesso nome mentre tutto intorno cambia. Non un fiume, ma anche le singole gocce che lo compongono.
Il classico non nasce: si conquista
Una delle intuizioni più originali della serata ha riguardato la natura stessa del classico. I classici, ha sostenuto Gardini, non nascono classici per caso. Si costruiscono come tali, con un progetto deliberato. Omero sapeva di poter contare su una cultura condivisa — la lingua, i personaggi, i valori — ma sapeva anche che questa base non bastava. Bisognava andare avanti, cambiare, innovare. «Non tutti quelli che vogliono diventare classici ci riescono», ha detto, «ma chi ci riesce lo fa perché ha saputo cambiare la storia pur stando dentro la tradizione.»
E poi il tema della lettura condivisa, del testo come atto sociale. Gardini ha parlato del suo pubblico ideale — donne giovani, lettori consapevoli, moderni — ma ha poi corretto il tiro: «Dentro di me c'è ancora uno studente. Scrivo anche per le proiezioni di me stesso.» È un'ammissione rara, per uno studioso del suo calibro. E suona come una promessa al lettore: questo libro non ti parlerà dall'alto. Ti parlerà da dentro.
Il dialogo con il pubblico — vivace, partecipato, a tratti commovente — ha toccato temi che sembrano lontanissimi dall'antichità e invece ci riguardano tutti: la morte come scelta (Ulisse rifiuta l'immortalità offerta da Calipso e sceglie la storia degli uomini), il tempo come attesa fertile, la parola come architettura. «Ulisse costruisce tutto», ha osservato Gardini, «la barca, il letto, la propria immagine. È un artigiano del linguaggio prima ancora che un guerriero.»
«Sceglie la storia degli uomini, non l'eternità. Sceglie la mortalità. E in questo sta la sua grandezza, e la sua modernità.»
C'è una scuola che insegna e una scuola che cambia. Gardini ha parlato di quest'ultima con un entusiasmo che non aveva nulla di retorico: «La scuola deve cambiare la percezione del mondo», ha detto, «non solo trasmettere nozioni.» E in una città come Nardò, che custodisce nel suo Museo Diocesano secoli di arte e memoria, la serata ha avuto un senso quasi simbolico: il testo più antico della letteratura occidentale che dialoga con il presente, in una sala piena di ragazzi con lo sguardo acceso.
Ulisse torna sempre a casa. Non sappiamo se è la stessa casa da cui era partito. Ma sappiamo che il viaggio lo ha trasformato. Come ogni buona lettura. Come, ieri sera, è accaduto anche a noi.
Nicola Gardini, Il più bel romanzo del mondo. L'Odissea raccontata da Nicola Gardini, Garzanti, 2025.